Ogni giorno ricevo sondaggi. Mi dicono chi sono i giovani, cosa pensano, cosa desiderano, se sono perduti o se salveranno il mondo. Mi parlano di loro come se fossero un’entità compatta, una classe astratta, una variabile da misurare. Ma io mi chiedo: chi sono io per definire una generazione?
Il concetto di “giovane” è una costruzione storica, non una verità assoluta. L’idea che la giovinezza sia una fase della vita distinta, con caratteristiche omogenee e identità definite, è un’invenzione relativamente recente. Nell’antichità, il passaggio dall’infanzia all’età adulta era segnato da riti iniziatici, da un momento preciso di transizione. Non esisteva un tempo sospeso chiamato “giovinezza”, ma solo il prima e il dopo, l’attesa e il compimento.
Fu con la modernità e con i processi di industrializzazione che la giovinezza divenne una categoria sociale distinta. Nel XIX secolo, con la diffusione dell’istruzione obbligatoria e il progressivo allungarsi del tempo della formazione, il giovane iniziò ad essere visto come una figura a sé, separata dal mondo del lavoro e della politica, un soggetto in divenire più che un individuo compiuto. Nel Novecento, con l’avvento della cultura di massa e l’ascesa del mercato giovanile, il “giovane” divenne un segmento economico, un soggetto di consumo, un simbolo della modernità. Dagli anni ’60 in poi, con le rivolte studentesche e i movimenti di controcultura, la gioventù si trasformò in un’identità politica, in una forza collettiva capace di contestare l’ordine costituito.
Eppure, oggi, nel XXI secolo, il concetto di giovinezza è di nuovo in crisi. Se un tempo essere giovani significava una tensione verso il futuro, oggi la gioventù è un territorio frammentato, disperso tra precarietà, incertezza e narrazioni opposte. I giovani sono alternativamente visti come perduti o come salvatori, come incapaci di costruire o come gli unici in grado di farlo.
Questa distorsione è alimentata da un apparato narrativo che non nasce dal caso. Le dinamiche dei “nuovi media” – che ormai nuovi non sono più – hanno contribuito a costruire un’immagine della giovinezza intrappolata tra due poli opposti e ugualmente mistificanti: il successo ipertrofico e la vittimizzazione sistematica. Da un lato, il giovane vincente, l’imprenditore di sé stesso, l’icona di una generazione che ha trasformato la precarietà in opportunità. Dall’altro, il giovane sconfitto, la voce strozzata dalla crisi economica, dal cambiamento climatico, dall’assenza di futuro. Due volti della stessa menzogna. La giovinezza non è una favola di riscatto né una tragedia di sconfitta. È vita, con tutte le sue ambiguità, con le sue zone d’ombra e le sue luci intermittenti.
Ma il potere – soprattutto quello dell’informazione – continua a ragionare dentro questa cornice. Ed è qui l’errore. Perché non esiste una gioventù, così come non esistono i giovani: esistono le comunità giovanili.
La comunità non è un’astrazione sociologica, non è una somma di numeri. È una condizione, una trama di esistenze, una molteplicità di voci che si incontrano e si scontrano, che si riconoscono o si ignorano, che si cercano o si sfuggono. È nella comunità che la giovinezza prende forma, nel gioco della prossimità e della distanza, nella condivisione e nella solitudine, nelle tensioni tra il possibile e l’impossibile.
Ma la narrazione dominante si ostina a ridurre tutto a un’idea prefabbricata, a un’icona senza corpo, a un mito che oscilla tra il disincanto e la redenzione. È la gioventù come dispositivo, come concetto sterile, come cifra del tempo che passa e che sempre si ripete. È una costruzione fittizia, funzionale al racconto del presente.
Eppure, se alzassimo lo sguardo dai report e dai sondaggi, vedremmo la realtà per ciò che è: un ragazzo dietro il bancone di un bar che sogna un’altra vita, una ragazza che legge in silenzio per ritagliarsi un angolo di mondo magari in una biblioteca perché a casa non va niente bene, un adolescente che si perde nelle notti di periferia senza aspettarsi nulla perché non ha un mezzo di collegamento con i suoi progetti. Non sono simboli, non sono categorie. Sono vite. Zavattini (ed il neorealismo) lo sapeva bene: non ci sono destini collettivi, ma solo storie singolari, corpi attraversati dal tempo, sguardi che cercano uno spazio che spesso non esiste.
E allora, di cosa parliamo quando parliamo di politiche giovanili? Di leggi? Di strategie? Di piani di sviluppo? Certo, ma non basta. Le politiche giovanili non possono essere solo un meccanismo normativo. Devono essere una pratica dell’ascolto e dell’attivazione, un’arte che scava nelle pieghe della realtà e restituisce visibilità a ciò che solitamente resta fuori campo.
È qui che la legislazione concorrente ci offre un appiglio concreto. L’articolo 117 della Costituzione italiana stabilisce che le politiche giovanili sono materia condivisa tra Stato e Regioni, riconoscendo implicitamente che non esiste una gioventù unica, universale, monolitica. Esistono comunità giovanili diverse, mutevoli, ibride, che si intrecciano con le specificità territoriali, con le storie locali, con le economie e le culture dei luoghi.
Questa non è una concessione burocratica, ma il riconoscimento di un’evidenza: la vita si fa nei territori, e in particolare nelle città. È nelle strade, nelle piazze, nelle scuole, nei centri culturali, nei luoghi informali di aggregazione che si costruiscono le esperienze, i legami, i percorsi di crescita e i desideri di chi è giovane oggi. Non può esistere una politica giovanile che ignori questo principio, così come non può esistere un’amministrazione locale che non abbia tra le sue deleghe la costruzione e il sostegno di tante e differenti comunità giovanili reali.
La legislazione concorrente è il riflesso di questa complessità. Non è solo una questione di competenze istituzionali, ma il segno di un principio politico più profondo: nessuna visione centralistica potrà mai cogliere la pluralità delle esperienze giovanili. Per questo lo Stato e le Regioni devono dialogare, e le città devono farsi protagoniste di questa azione. Perché è nelle città che si decide il futuro delle comunità giovanili, nel rapporto quotidiano tra spazio, tempo e possibilità.